Alarico Gattia

Lo Sciacallo Elettronico intervista...

Pubblicitario e disegnatore milanese, Alarico Gattia nasce a Genova nel '27. Inizia la sua attività come illustratore per le riviste "Epoca", "Confidenze", "Arianna". Entra nel mondo del fumetto lavorando per il "Corriere dei ragazzi", "Diabolik", il "Giornalino" (per cui realizza una serie di riduzioni a fumetti di romanzi famosi), "Comic Art" (su cui esordisce nel Dicembre del '90 con la storia "L'amante del Doge"), e per molte altre riviste e pubblicazioni. Insegna all'istituto "Europeo" di Milano.

Ci parli dei suoi primi approcci verso il fumetto: i personaggi e gli autori che più l'hanno attratta e spinta verso questo mestiere.

Gli approcci sono quelli classici di un bambino che legge fumetti. Ai miei tempi, prima della guerra, il fumetto, anche se riprovato dagli insegnanti e dai genitori, era l'unica forma di divertimento letterario. Sono sempre stato un lettore accanito di libri e romanzi e questo sta alla base di tutti i disegnatori di fumetti professionisti: la lettura. I miei personaggi preferiti erano quelli che leggevo sull'avventuroso: da Gordon a Cino e Franco, a l'Uomo Mascherato. Già da allora vedevo le differenze che c'erano fra Alex Raymond piuttosto che un altro. Era un interesse generale che serviva per incominciare a copiare i primi personaggi, così per divertimento. Invece della casettina o l'albero, avevo sotto mano qualcosa di più concreto. Parlando con colleghi della mia età ho visto che le esperienze collimavano. Il fatto, ad esempio, di raccogliere immagini, fotografie, particolari interessanti, incollandole sul quaderno a quadretti. A quei tempi le pubblicazioni erano ridotte, i mass media non esistevano. Nella mia famiglia vi era una grande biblioteca, da cui potevo leggere, guardare, avevo tutto a disposizione. Però il fatto di raccogliere, era una sorta di mania. Ogni immagine si tagliava: i calendari con le pitture, Caravaggio o altri. Caravaggio mi suggestionava più di Raffaello, già avevo un'idea cromatica e di taglio dell'immagine molto istintiva, ma precisa. Una tendenza ad una rappresentazione della realtà che non è quella classica, ma particolare. Raccoglievo e incollavo. Tutto nasce da quell'età. Ci possono essere degli autori tardivi, ma generalmente si comincia presto a vivere questo tipo di desiderio. Eravamo sollecitati dalla mancanza d'immagini, e l'unico spunto era il cinema. Tutti indistintamente, gli appassionati o i bravi raccontatori di fumetti, sono dei cinefili, era l'unica cosa che ci permetteva di vedere visualizzate delle situazioni che poi memorizzate avremmo raccontato disegnando. Oggi stranamente, io me ne rendo conto insegnando e vedendo i lavori dei giovani, che vengono bersagliati e bombardati dalle immagini 24 ore al giorno, c'è una carenza di fantasia, come se l'immagine è talmente continua e ridondante che non interessa più. Si guarda senza vedere. Oggi è un dato di fatto, mentre per noi era una ricerca e un regalo di cui bisognava approfittare. Una situazione di carenza può dare più che una situazione di abbondanza. Anche io approfitto di questa grande disponibilità. Il mio lavoro è facilitato dal fatto che qualunque argomento io debba disegnare, trovo un libro che ne parli: un libro sul medioevo o sulla guerra dei Boeri, o su quella degli Zulù. Ci sono libretti che parlano di tutto. Qualsiasi incarico mi venga affidato da un editore io trovo il mio repertorio di immagini in libreria. Allora era diverso. Bisognava cercare di più. Al terzo anno di architettura ho avuto l'occasione di essere assunto da una grossa ditta di pubblicità, con uno stipendio considerevole. Ho lasciato gli studi per fare questo lavoro, ma era in realtà una cosa che macinavo dentro di me da tempo, perché lavoricchiavo, facevo qualcosa per qualche editore o qualche pubblicità. Lavorando nel tempo libero cercavo di entrare nel mondo dell'illustrazione e mi è capitato di entrarvi di traverso, facendo un'illustrazione per una rivista di cucina: la Mondadori lo ha visto, mi hanno chiamato e mi hanno assunto. Inizialmente come illustratore di Grazia. Così ho incominciato a lavorare per Epoca, e per tutti i giornali Mondadori e ho continuato per una decina d'anni. Mi rendevo conto però che rimanendo chiuso in una situazione, se pur comoda, come quella di un impiegato, con tredicesima, mutua, ecc, da un punto di vista delle soddisfazioni professionali ero limitato, non ero competitivo, avevo un contratto vincolante per cui non sapevo come mi sarei mosso in una situazione di libera concorrenza. Così, nel'65, pur avendo una famiglia e dei bambini mi sono licenziato e mi sono messo a lavorare come Free lance. Per circa un anno non ho volutamente lavorato, ho meglio lavoravo per me, in casa, ma non per un editore. Girare a quell'età con un Book avrebbe fatto pensare che non lavoravo più per ragioni strane, il nostro mondo è una giungla, bisognava stare in attesa. Alla fine degli anni'60 a Genova c'è stata una mostra di illustratori. Mi hanno invitato per fare una mostra di mie illustrazioni e da li è cominciato tutto il lavoro, vi andavano tutti gli editori. Ho cominciato a lavorare con le Giussani per cui ho fatto le storie di Diabolik. Poi mi ha chiamato il "Corriere dei ragazzi", diretto da Guglielmo Zucconi, offrendomi un lavoro molto duro che, mi ricordo, mi aveva in parte scoraggiato. Era una storia che aveva, come protagonisti, una banda di otto-dieci ragazzi. Fare un fumetto dove c'è un personaggio, due o tre, è anche divertente, quando devi differenziare dieci ragazzi in una storia che è anche il primo lavoro che fai, è terrorizzante. Ho consegnato questo lavoro e ho detto: il fumetto non lo farò mai più. Poi la vita offre altre soluzioni e ho ricominciato, divertendomi anche, con storie scritte e disegnate da me. La vera soddisfazione per un autore è quella di disegnare le proprie storie. Esiste anche l'altra attività altrettanto importante con il disegnatore e lo sceneggiatore separati. Ed è quasi la totalità. Però la soddisfazione che dà il pensare, lo scrivere e poi disegnare la propria storia è molto maggiore, perché la fantasia spazia su campi che tu hai scelto e ti diverti anche dal punto di vista della manualità. In genere il disegnatore di fumetti è un lavoro molto pesante, soprattutto per quelli che son costretti a consegnare tante tavole al giorno, per poter vivere. Non è che si è strapagati in questo lavoro, per cui diventa quasi un lavoro di rutin, e la rutin fa sempre perder l'interesse per il proprio lavoro. Ovviamente conosco un sacco d disegnatori di Bonelli, che è quello che oggi da più lavoro di tutti in Italia, che lo fanno volentieri e con entusiasmo, ma conoscendo altri disegnatori come Toppi, Crepax o Pratt che scrivono e disegnano, mi rendo conto che lavorano meno però si divertono di più.

Dalle prime pubblicazioni, fino ad aggiudicarsi l'ambito premio Yellow Kid...

Dopo 40 anni che facevo questo lavoro, ero ben contento che qualcuno si fosse accorto che lo stavo facendo. La cosa più interessante di quella premiazione fu che mi avevano chiamato per assegnarmi il premio Caran D'achè per l'illustrazione, lo Yellow Kid è venuto fuori in modo anomalo. Avevo fatto una mostra a Lucca nell'ambito della manifestazione, dove mi avevano dato uno salone, con le illustrazioni più importanti, esposte cronologicamente. Un successo stravolgente, venne Hogart a congratularsi con me, e poi i disegnatori Sudamericani, Chino, e tutti quelli che erano a Lucca. Io ero li dalla mattina alla sera, non sapendo cosa fare per passare il tempo facevo ritratti alle varie persone, che agivano nell'ambito della manifestazione, dalle segretarie, all'autista, ecc.. La votazione della critica, giornalisti, pubblico, ecc, per l'assegnazione dello Yellow kid, votò per la mostra e così gli organizzatori che avevano già predisposto di darmi il Charan D'ache si trovarono a dovermi premiare per due volte consecutive. Traini sul palco mi disse che non era mai successo di dare i due premi nello tesso anno, alla stessa persona.

Lei tuttora, parallelamente al suo lavoro, svolge l'attività d'insegnante. Che consigli può dare per i giovani che vogliono fare questo mestiere?

La manualità si ottiene solo disegnando senza interruzione. Io ai ragazzi dico sempre che non si può fare questo lavoro part time, bisogna sacrificarsi. Se si vogliono avere il sabato e la domenica liberi se deve fare l'impiegato di banca. E' un sacrificio, anche se uno non lo avverte perché è una passione. Il part time lo potrai fare quando sarai arrivato e sarai un "grande". Anche adesso io lavoro di sabato e domenica, però era più duro quando avevo 20 anni, adesso me ne sbatto e magari sto lunedì o martedì senza lavorare. Consiglio di lavorare molto, disegnando e copiando. Imparare copiando. Hanno copiato tutti. Pratt ha copiato Milton Caniff per anni, poi è diventato Pratt. Ognuno di noi ha i suoi idoli, e questo è un merito. Penetrare la tecnica di chi è più bravo di noi, capirne i segreti per poi rielaborarli, utilizzarli per fare dei disegni personali. Non si è folgorati sulla strada di Damasco, se non per la predisposizione per disegnare. Tutti sanno dare un calcio al pallone ma pochi diventeranno bravi giocatori. Chi disegna fin da bambino ha questo dono, ma deve essere affinato. Seguire con la mano quello che hai nella testa. Visualizzare gli oggetti, o le prospettive, o le figure, è un rapporto di mano e testa, è un dono di Dio, quasi una facoltà paranormale. Spesso i bambini fanno disegni molto belli e divertenti, poi vanno a scuola e non sanno più disegnare. Nelle grotte di Altamura, un preistorico disegnava dei bellissimi bufali o antilopi. Ma nessuno glielo ha insegnato, e non aveva libri per andare a copiare da altri disegni. O anche gli egizi, i greci che si sono dovuti inventare tutta una cultura visiva. Noi oggi siamo facilitati dal fatto che abbiamo moltissimi referenti, eppure anche oggi molti non sanno disegnare. Questo mi conferma che sia un dono. Una disposizione che si può migliorare lavorando.

La tendenza soprattutto oggi, è quella di dare molto spazio ai fumetti popolari, anche ben finiti tecnicamente ma magari poveri di contenuti, mentre parallelamente le riviste d'autore chiudono, spariscono, entrano in crisi. Questo è sicuramente dovuto anche ad un riflesso della cultura della nostra società, secondo lei qual'è il ruolo e il futuro del fumetto d'autore nel nostro paese? E quello del fumetto in generale? 

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E un fatto culturale, in Francia è molto diverso. Noi abbiamo avuto anni e decenni in cui il fumetto è stato tenuto da parte, considerato quasi come un fattore demoniaco. Di avvilimento dell'intelligenza di giovani e ragazzini. Una forma di cultura che ancora adesso comporta un attenzione verso la nostra forma artistica in maniera limitata. Per questo i mezzi di comunicazione e di diffusione sono quelli che sono. E tutto poi si rifletti sull'economia, sui costi, ecc... L'unico editore fortunato è Bonelli che ha trovato genere che coltiva molto bene la fantasia e che tira. Hai miei tempi era molto diversificato il pubblico. I lettori non seguivano l'andazzo, la massa. Oggi tutti leggono Dylan Dog che è un bel fumetto, fatto bene, con dietro uno scrittore mica da poco, ma tutti lo leggono perché è un fenomeno di massa. Un comportamento di massa della gioventù. Oggi si è molto meno individuali di una volta. La propria identità è vissuta in un gruppo e non isolata, personale (questo passando dal campo specifico del fumetto ad uno più generale della società). Le letture allora erano più diversificate, anche come autori, come tipo di disegno. A chi piaceva l'Uomo Mascherato a che Cino e Franco. Se oggi si imbrocca il personaggio, esso va bene. Crepax ha fato Valentina, molto interessante ma oggi quasi d'antiquariato. Pratt è resistito perché c'è anche questo magnifico personaggio, Corto Maltese, che richiama l'immaginario collettivo di tutto il mondo. Toppi è un grandissimo raccontatore di fumetti, però i giovani non lo capiscono, troppo intellettuale, difficile da leggere. Al Giornalino si facevano inchieste per conoscere i gusti dei lettori riguardo alle storie pubblicate: ai giovani piacevano cose più banali, e lui era relegato all'ultimo posto. E questo perché non c'è una cultura, è logico che non si possano capire le cose belle se qualcuno non ti spinge a capirle. La colpa non è del giovane. Se ci saranno soldi il fumetto d'autore andrà avanti se no cadrà. Rimangono i fumetti che sono entrati nel cuore della gente, come Tex. Alcuni miei amici se non leggono due pagine di Tex alla sera non dormono, è un abitudine. Dipende dalla situazione economica anche questo. Le cose superflue come libri e fumetti sono le prime a cadere.

Il colore come mezzo creativo, a causa dei costi di stampa, viene difficilmente utilizzato dagli autori Italiani, oppure è dato come abbellimento, sovrapposizione. Esperienze come quelle di Moebius, Bilal, Corben e Mattotti (per citare solo i grandi) dimostrano le sue grandi potenzialità. Lei che è anche illustratore cosa ne pensa?

Il BN costa meno, ma è anche il massimo di un raggiungimento nel fumetto. Se pensiamo ai neri di Battaglia, erano magnifici. Nel suo caso poi i colori li faceva la moglie, Laura Battaglia, erano dati con oculatezza, gusto. Adesso vengono colorati con il computer e quindi ci sono tonalità molto particolari, mentre io dovevo andare dalla colorista e dare le giuste indicazioni, e spesso il risultato era tutto un altro. Certo che il colore inteso come partenza, un fumetto pensato a colori, è sempre molto attraente.

Grazie mille.

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